Vi sono storie che i libri di storia non raccontano — storie di gente comune travolta dal vento dei grandi eventi. Quella di Francesco Izzo e Caterina Riccio è una di queste: un soldato che scelse la fedeltà al suo giuramento, una ragazza che scelse la fedeltà al suo cuore. Entrambi pagarono un prezzo altissimo. Entrambi, in un modo diverso, resistettero fino alla fine. Citazione dell'autore Nicola Angelo Tinessa
Due Anime Nate Nello Stesso Giorno
12 Aprile 1839 · 12 Aprile 1841Un bizzarro destino volle unire questi due giovani già prima che si conoscessero: Francesco Izzo nacque il 12 aprile 1839, figlio di Pietro, contadino del quartiere del Latonuovo. Caterina Riccio nacque esattamente due anni dopo, lo stesso giorno — il 12 aprile 1841 — nel quartiere di Santo Spirito, sul versante opposto del colle. Come se qualcosa, fin dall'inizio, avesse voluto intrecciarli.
Francesco cresceva nel Latonuovo, tra i lavori dei campi e il senso del dovere che la sua famiglia gli aveva trasmesso. Caterina, diciottenne, si occupava dei lavori domestici nel borgo di Santo Spirito. Due giovani come tanti altri nella Montesarchio di metà Ottocento — finché la storia non bussò alla loro porta.
A sinistra il Latonuovo, dimora di Francesco · A destra Santo Spirito, dimora di Caterina
Francesco Izzo
Nato il 12 aprile 1839 al Latonuovo. Figlio di Pietro, contadino. Milite borbonico, poi brigante ricercato. Morì il 31 maggio 1865 in località Tuoro del Faro, sul versante del Taburno.
Caterina Riccio
Nata il 12 aprile 1841 a Santo Spirito. Condannata al domicilio coatto sull'Isola del Giglio nel 1863, incarcerata a Benevento nel 1865. Sopravvisse all'amore. Sopravvisse a tutto.
Quando la Storia Divise il Cuore
1861 · Il Crollo del Regno BorbonicoFino all'Unità d'Italia, Francesco Izzo era un soldato come tanti: un milite del regno borbonico che aveva prestato giuramento al re di Napoli. Poi, nel 1861, il mondo che conosceva crollò. Il regno fu soppresso, annesso al nuovo stato italiano, e i soldati borbonici furono chiamati ad arruolarsi nel neonato esercito nazionale.
Francesco non rispose alla chiamata. Non era ribellione politica nel senso moderno del termine — era qualcosa di più antico e profondo: fedeltà al giuramento. Si era legato con una promessa al re napoletano, e quella promessa non si spezzava con un decreto.
Divenne così, in prima istanza, uno sbandato negativo alla chiamata — termine burocratico dell'epoca per chi non si era presentato alla leva. Poi, man mano che la sua resistenza si trasformava in azione, divenne ufficialmente un brigante: ricercato dai soldati del nuovo regno per i reati commessi nel tentativo di sopravvivere da fuorilegge sui monti attorno a Montesarchio.
I luoghi dove vissero la loro storia · Montesarchio e le pendici del Taburno
Lei Seguì il Suo Cuore
1861 – 1863 · Fedeltà e ConseguenzeCaterina sapeva. Sapeva chi era diventato Francesco, sapeva i rischi. Eppure continuò ad amarlo, a sostenerlo, ad aiutarlo a sfuggire alle pattuglie di soldati che perlustravano le campagne del Sannio caudino. Era quella che le leggi del tempo chiamavano una manutengola — termine che traduceva in un reato quella che era, nella sua essenza, soltanto fedeltà.
La sua colpa era amare un uomo che la legge aveva dichiarato nemico. E per questo pagò.
Ritornata dal domicilio coatto ed ammonita legalmente a serbar condotta regolare, aveva ripreso le sue relazioni col brigante Izzo Francesco, suo amante.
— Atti giudiziari del Tribunale di Benevento, 1865Il 23 ottobre 1863 Caterina fu condannata a un anno di domicilio coatto sull'Isola del Giglio — un pezzo di roccia nel mar Tirreno, a centinaia di chilometri da Montesarchio. Il 2 novembre dello stesso anno fu accompagnata sull'isola, lontana da tutto ciò che amava.
La lapide sul muro della Cappella dell'Arciconfraternita di S. Antonio nel cimitero di Montesarchio
L'Anno Più Lungo
Novembre 1863 – Dicembre 1864Francesco assistette impotente al trasferimento dell'amata. Non poteva fare nulla — un brigante ricercato non poteva fermare i gendarmi del nuovo regno, non poteva seguire Caterina oltre il mare. Restò sui monti, solo, a condurre la sua esistenza errabonda e fuggiasca sulle pendici del Taburno e nelle valli attorno a Montesarchio.
Quando Caterina rientrò dall'Isola del Giglio, dopo aver trascorso il suo anno di pena, i due si rividero. Ma le autorità non si arresero. Il 20 dicembre 1864 la ragazza fu nuovamente sottoposta a sanzione, nel tentativo di spezzare definitivamente il legame tra i due giovani.
Il domicilio coatto era una misura di polizia amministrativa — non una condanna penale — che obbligava il soggetto a risiedere in un luogo stabilito dalle autorità, spesso un'isola remota o una città lontana. Era applicato anche senza processo, sulla base di semplici sospetti o relazioni con individui considerati pericolosi per l'ordine pubblico.
Caterina Riccio condannata a un anno di domicilio coatto sull'Isola del Giglio.
Accompagnata sull'Isola del Giglio. Francesco la osserva partire da lontano, impotente.
Caterina torna a Montesarchio dopo aver scontato la pena. Riprende i contatti con Francesco.
Nuova sanzione a carico di Caterina, nel tentativo di ostacolare i rapporti tra i due giovani.
Caterina arrestata e tradotta nelle carceri di Benevento in attesa di processo.
Il cadavere di Francesco Izzo viene rinvenuto in località Tuoro del Faro. Fine della fuga.
Caterina scarcerata: le prove raccolte non bastano per sostenere l'accusa. Al ritorno, apprende della morte di Francesco.
Il Cerchio Si Chiude
Maggio – Giugno 1865Il 2 maggio 1865 Caterina fu arrestata ancora una volta e tradotta nelle carceri di Benevento in attesa di processo. Era lì — tra quelle mura — che trascorse le ultime settimane del loro amore, senza saperlo.
Francesco, nel frattempo, si era spostato dalla zona a lui familiare del Latonuovo per nascondersi sul versante opposto del colle, più vicino alle falde del Taburno, retrostante il villaggio di Cirignano. Ma i confidenti della polizia — gli informatori che pullulavano nel sottobosco del brigantaggio meridionale — avevano già fatto il loro lavoro.
Il 31 maggio 1865, in quella piccola vallata chiamata Tuoro del Faro, il cadavere di Francesco Izzo fu rinvenuto dai soldati. Aveva ventisei anni. La sua fuga era finita.
Dieci giorni dopo, il 10 giugno 1865, Caterina fu scarcerata: le prove raccolte contro di lei non erano sufficienti a sostenere l'accusa. Tornò a Montesarchio. E solo allora — solo al suo rientro — apprese ciò che era accaduto.
Il Ritorno e il Silenzio
Estate 1865 · Il Peso della SopravvivenzaPrima meravigliata, con lo sguardo di chi non ha ben inteso il significato di quelle parole, poi divenne incredula, infine, il suo volto, ormai pallido, divenne di un colorito cereo. I singhiozzi la scuotevano e la facevano vibrare tutta. Neppure lei si rese conto quanto tempo trascorse in quello stato.
— Dalla narrazione storica localePer molti giorni Caterina restò chiusa in casa. Rifiutò di mangiare. Versò lacrime per la morte del giovane amato con la stessa ostinazione con cui aveva sopportato ogni condanna, ogni carcere, ogni isolamento imposto dalle autorità del nuovo regno.
Dopo vari mesi uscì dalla porta di casa. Solo la primavera successiva riprese a recarsi in campagna. Il suo volto era sempre bianco, e un'espressione triste l'accompagnava come un'ombra permanente. Si incupì e perse di colpo la sua gioventù — quella gioventù che le era stata rubata non dalla vecchiaia, ma dalla storia.
Non pronunciò mai più il nome di Francesco. Non ne parlò più con nessuno. Quel sogno d'amore era finito come era stato abbattuto il regno a cui Francesco si era ritenuto legato. Ella continuò a vivere — non certo per piacere, come diceva lei — perché il suo inverno era lento a finire.
Il Ricordo che Rimane
Dal 1865 ad OggiOggi, nel cimitero di Montesarchio, sul muro della Cappella dell'Arciconfraternita di Sant'Antonio, una lapide ricorda questo amore sfortunato. Non è un monumento ai grandi eroi — è il segno in pietra di una storia umana, reale, fatta di persone comuni che si amarono con una tenacia straordinaria nonostante tutto.
✦ In Memoriam ✦
Francesco Izzo · Caterina Riccio
Nati entrambi il 12 Aprile, lui nel 1839, lei nel 1841.
Vissuti nei due versanti del colle di Montesarchio.
Uniti dall'amore, divisi dalla storia.
Ricordati per sempre.
Cimitero di Montesarchio · Cappella dell'Arciconfraternita di S. Antonio
La vicenda è stata raccontata nel libro Francesco e Caterina – Unità d'Italia e Brigantaggio; messa in scena nella rappresentazione teatrale Francesco e Caterina – l'amore al tempo dei briganti, portata in scena dal Forum dei Giovani di Montesarchio durante la XVIII edizione di Giorni al Borgo nel settembre 2013, con le strade del Latonuovo come palcoscenico naturale; e infine raccontata nel cortometraggio Francesco e Caterina – storie di Montesarchio, realizzato dai docenti della Scuola Secondaria di 1° grado dell'I.C. 1° Circolo di Montesarchio nel 2014.
Una storia vera, non una leggenda. Le vicende di Francesco e Caterina sono documentate negli atti giudiziari e nelle carte amministrative dell'epoca. Non è un'invenzione romantica di un illustre poeta o di uno sconosciuto cantore: è la triste avventura di due giovani che vissero consapevolmente il loro sentimento in un momento di radicale trasformazione politica, sapendo perfettamente le conseguenze a cui andavano incontro.
Il Brigantaggio Postunitario nel Sannio
1861 – 1870 · La Guerra DimenticataLa storia di Francesco e Caterina non può essere compresa senza capire il contesto in cui si svolse. Dopo l'Unità d'Italia del 1861, il Mezzogiorno fu teatro di una vera e propria guerra civile — che le autorità piemontesi chiamarono brigantaggio, ma che per molti abitanti del Sud fu qualcosa di molto più complesso.
Migliaia di soldati borbonici che, come Francesco Izzo, si erano sentiti vincolati al giuramento prestato al re di Napoli rifiutarono di scioglierlo. Alcuni per convinzione politica, alcuni per abitudine, alcuni — come probabilmente Francesco — per un senso di onore profondamente radicato. Molti finirono sui monti, nella clandestinità, in una guerra di sopravvivenza che non avevano cercato.
Il governo italiano rispose con la Legge Pica del 1863, che istituiva tribunali militari straordinari per processare i briganti e i loro fiancheggiatori — le manutengole come Caterina. Fu una repressione durissima, che lasciò tracce profonde nel tessuto sociale del Sud.
Nel solo biennio 1861-1863, nelle province meridionali furono uccisi o catturati oltre 5.200 briganti. Decine di migliaia di persone come Caterina furono processate o sottoposte a misure di polizia per i loro legami con i fuorilegge. Una guerra di cui la storia ufficiale ha a lungo taciuto.
La Valle Caudina e le pendici del Taburno — il territorio che Francesco Izzo conosceva come le proprie tasche — furono tra le aree più investite dal fenomeno. I boschi del Taburno, le valli strette e i casolari isolati offrivano rifugio naturale a chi, come lui, aveva scelto la clandestinità.